Carlo Scarpa significa, su tutto e tutti, Venezia e il Veneto. Scarpa fu un architetto stanziale, legato al suo territorio, un po’ come lo fu Palladio, ma a differenza del suo illustre predecessore, Scarpa non fu mai un architetto dallo spirito rinascimentale. Egli era semmai un artigiano bizantino, uno scalpellino romanico, un gioielliere gotico. Aveva studiato all’accademia, non era neppure laureato in architettura (come Le Corbusier, d’altronde).
Scarpa nel Veneto è la coordinata zero per interpretare e comprendere il territorio. Tutta l’architettura veneta cerca un confronto o una distanza da Scarpa. Non si può fare a meno di Scarpa per capire il Veneto, e non si può capire Scarpa se non si capisce Venezia, la sua città natale. Città del frammento, del pittoresco, dell’ornamento, dell’acqua, delle dissonanze, delle fratture, delle pietre preziose, degli scrigni. Cioè Carlo Scarpa.
A Venezia ha lasciato quattro delle sue in fondo poche opere: il padiglione del Venezuela alla Biennale, l’ingresso dell’ IUAV (quella geniale reinterpretazione di un arco a terra), la sistemazione del piano terra e del cortile della Fondazione Querini Stampalia e il negozio (oggi ex) Olivetti in Piazza San Marco (una scala che emana una tale energia che dirompe come una colata lavica, vola, galleggia nell’aria, emoziona).
Il problema di Scarpa è che le sue opere non sono fotogeniche, messe su carta non rendono. Scarpa è un mistero non rappresentabile, può solo essere esperito. Ci sono certe algide modelle che in foto acquistano un fascino irresistibile, ma poi nella realtà sono scialbe, allo stesso modo ci sono donne di una bellezza intraducibile, per le movenze, per la capacità seduttiva, per il disegno misterioso del volto, donne che pulsano e fanno cadere in amore, eppure assolutamente infotografabili, pena la perdita del mistero. Così sono le architetture di Scarpa.
(Fonte: G. Biondillo)
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